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Le Torri di Avvistamento

A Cura del Prof. Agostino Gennaro

Oggi il nostro percorso lungo la Costa degli Dei, lo dedichiamo a una breve e succinta narrazione storica dedicata alle torri, dalla Torre Parnaso, conosciuta anche col nome di S. Maria di Legnano o Torre di Joppolo, a quella di S. Domenica, in memoria di questi antichi cimeli che hanno avuto un ruolo di importanza vitale per la difesa del territorio.
A causa delle continue incursioni piratesche che, dopo aver depredato i villaggi da tutto ciò che era utile e commestibile, li mettevano a ferro e fuoco, uccidevano gli uomini e portavano via donne e bambini. Nemmeno la Battaglia di Lepanto, che pure vide trionfare la Marineria Cristiana guidata da Giovanni d’Austria, pur infliggendo un colpo mortale alle ambizioni di conquista dell’Impero Ottomano ed ai territori della sponda araba del Mediterraneo, era riuscita ad eliminare tale minaccia. Le incursioni continuarono, anche dopo tale epica impresa, frequenti e devastanti, costituendo per secoli un problema rilevantissimo per la sicurezza delle popolazioni costiere del Mediterraneo cristiano e fra esse quelle della Calabria che, con la grande estensione delle sue coste, era uno degli obiettivi principali delle scorrerie dei pirati saraceni: li turchi.
Tale situazione, nel periodo che ci interessa – quello del dominio spagnolo – era ben presente alle strategie degli stati maggiori del Regno di Napoli,per cui il Vicerè di Napoli Don Pedro di Toledo, a partire dal 1532 sotto l’impero di Carlo V, avviò una sistematica opera di ricostruzione e completamento del sistema torriero come strumento difensivo. Nel Regno fu una scelta strategica di governo con l’obiettivo di permettere l’avvistamento dei legni pirati rendendo possibile un allarme tempestivo in modo da permettere la salvezza, con la fuga, delle popolazioni minacciate
Le torri erano poste sulle alture lungo la costa alla distanza di circa due miglia l’una dall’altra, in condizioni da vedersi e poter comunicare con segnali di fumo durante il giorno e segnali di fuoco durante la notte, esse erano presediate da militari muniti di catapulte e armi da fuoco ed anche di un cannoncino all’esterno.
Vicino alle Torri venivano costruite le “pagliate” per il ricovero dei militari e dei cavalli.
Le comunità locali erano tenute a sovvenzionare la costruzione delle torri alle quali lo stato forniva il personale militare di guardia.
Vi parlerò di esse in un capitolo a parte, oggi visto che molte sono distrutte e se n’è persa la memoria condividerò con voi le immagini delle sei Torri, riportate nel Codice Romano Carratelli, ricadenti su questa nostra zona di Capo Vaticano .
Il Codice Romano Carratelli è un manoscritto composto da 99 acquerelli risalente alla fine del XVI sec.( fra il 1596 – 98) testimonia ed illustra la difesa della costa calabra, in particolar modo le torri, e ci consente di individuare il loro numero e la giusta ubicazione, grazie alla utilizzazione della prospettiva da terra.
Il manoscritto, con legatura coeva in pergamena rigida e carte di guardia, è in ottimo stato di conservazione.
Gli acquerelli sono raffigurati a mezza pagina, con colori naturali perfettamente conservati, e la gran parte di essi presenta un testo illustrativo redatto in elegante grafia cancelleresca dell’epoca.
Gli acquarelli descrivono la Calabria Ulteriore che comprende le località delle attuali province di Reggio Calabria, Vibo Valentia, Catanzaro e Crotone (esclusa la parte al di là del fiume Neto).
La grafica, sempre di grande qualità, non appare comunque di unica mano. Può essere che qualche scheda sia stata redatta da mani diverse e ciò rafforza l’ipotesi che il Codice sia concretamente una raccolta di schede compilata per fotografare il sistema difensivo di questa parte di Calabria in esecuzione di un progetto organico che aveva come obiettivo la verifica dello stato esistente e nel contempo la individuazione, dei siti per le nuove torri che si rendevano necessari per migliorarlo.
Oggi stentano a sopravvivere, in ricordo di quel tempo che fu, Torre Parnaso, Torre Marrana e Torre Ruffa spero che qualcuno possa raccogliere il mio disperato anelito, che possano essere salvate per le future generazioni testimonianze vive di questa nostra martoriata terra.