La festa del maiale
Un rito era ammazzare il maiale, tant’è vero che è rimasto il detto “Cu si marita è cuntentu ‘nu jornu, cu ammazza ‘u porcu è cuntentu n’annu” ossia, “Chi si sposa è contento un giorno, chi ammazza il maiale è contento un anno intero”. Il maiale acquistato da piccolo o alla fiera di Brattirò (25 settembre) o nella piazza del proprio paese, quando vanivano a venderli i commercianti. Fino agli anni ’50-’60 nel nostro paese si conoscevano solo i maiali della pelle nera, in seguito si allevarono anche e soprattutto quelli della palle bianca. I primi, si dice, hanno meno grasso dei secondi. Quando il maiale aveva raggiunto, dopo oltre un anno, il peso di un quintale in su, nel tardo autunno o nell’inverno, veniva custodito in maniera particolare. O il proprietario dormiva in campagna o, quando aveva la possibilità, lo portava con sé nei pressi della propria abitazione per timore che glielo potessero rubare. Poi fissava il giorno in cui doveva ammazzarlo ed invitava parenti ed amici perché partecipassero al “al rito”. La mattina, prima dell’alba, qualcuno della famiglia si alzava prima di tutti gli altri per accendere il fuoco sotto la caldaia grandeed altri recipienti pieni d’acqua. Dopo qualche ora, quando l’acqua cominciava a bollire, arrivavano gli altri. Uno di essi andava a prelevare il maiale dal porcile o dal luogo dove si trovava e lo portava nel posto preparato par scannarlo. Quando tutto era pronto, tre o quattro persone afferravano il maiale per le zampe anteriori e posteriori e con la forza delle braccia e con corde facevano di tutto per immobilizzarlo dopo averlo buttato di fianco su una panchina appositamente preparata. La persona più esperta e coraggiosa afferrava il coltello più aguzzo e lo conficcava nella carotide dell’animale maneggiando fino a quando non gli aveva tagliato completamente la gola. Intanto la padrona di casa aveva preparato una scodella di terracotta (limba) e l’aveva posta sotto la gola del maiale per raccogliere il sangue che, abbondante, sgorgava da essa. E perché il sangue non si coagulasse, la donna con una mano lo agitava continuamente fino alla fine. Questa operazione durava alcuni minuti nei quali bisognava premere con forza per tenere fermo il maiale che fino a che durava il sangue si sbatteva violentemente. Quando la bestia non si muoveva più perché morta, veniva stesa a terra su un giaciglio di paglia e con dei recipienti d’acqua bollente(pignate e cannate) veniva comparsa prima da un lato e poi dall’altro. Così il maiale veniva spelato e pulito con dei coltelli adatti. Appeso poi ad un albero con le zampe posteriori e divaricate, veniva spaccato in due mezzane, venivano tolte le interiora che subito la padrona assieme ad altra persona provvedeva a pulire ed a sistemare in vari recipienti. Una volta spaccata in due, il maiale veniva pesato e poi, caricato sulla spalla di una persona, sull’asino o su una carriola, veniva portato nel luogo dove doveva essere lavorato. Tutte le parti del maiale venivano utilizzate, con preso il sangue. Esso, come si è detto, veniva raccolto dalla padrona di casa e poi, assieme a molti altri ingredienti come zucchero, cioccolato, frutta secca tritata ed altro, veniva bollito e poi fatto raffreddare. Quindi, lasciato coagulare come la marmellata, veniva consumato come un dolce morbido e saporoso (sangunazzu). Dalle parti magre si ricavano gli insaccati, e cioè le salsicce e la soppressata, il capicollo. La carne degli insaccati veniva tritata sino ad alcuni decenni fa con la mannaia (mannara). La ‘nduja è il famoso salame di cui da molti anni, il giorno 8 del mese di agosto, si celebra la Sagra nel vicino paese di Spilinga, che è il luogo ideale per curarla. Essa è un composto di carne grassa e magra, pezzetti di lardo, peperoncino crudo essiccato piccante e non, il tutto macinato insieme con il tritacarne in maniera tale da diventare come un prodotto omogeneizzato. Salato e lasciato riposare alcune ore o una giornata intera l’impasto viene insaccato nell’intestino tenue e cieco di suino o bovino (orba) e quindi appeso a traverse di canne o di ferro e per un certo periodo si affumica accendendovi sotto legna resinosa e fumosa. Dopo alcuni mesi di stagionatura, il prodotto è ottimo per essere consumato. La ‘nduja non si indurisce mai neanche dopo anni dalla confezione: essa resta di colore rosso morbida e piccante, tant’è vero che alcuni la spalmano come marmellata su fette di pane e l’addentano con grande voluttà. L’origine della parola ‘nduja è francese (andouille = salame).
Anche il lardo del maiale veniva utilizzato. Tagliato a pezzettini si faceva bollire in una caldaia di rame aggiungendo all’inizio un po’ d’acqua perché il grasso non si attaccasse al fondo o alle parete di essa. Con un robusto mestolo si girava e si voltava spesso il lardo fino a quando non compariva quasi completamente sciolto. Con un mestolo si raccoglieva il liquido mettendolo in appositi vasi di terracotta dove, raffreddandosi, diventava sugna (saìmì). Questa veniva usata come condimento per fare il sugo per la pasta o per friggere uova, ecc. Nei vasi di sugna, mentre era ancora calda e liquida, alcuni mettevano, per conservarla meglio, costate, salsicce bollite ed altri parte di carne con l’osso (affetti ‘i longa). Nei mesi invernali venivano tolte, un po’alla volta, con una forchetta e messe in una pentola o in una padella si cuocevano condite dal grasso che vi rimaneva attaccato. Il lardo bollito e liquefatto non era mai grasso al 100%, ed alla fine della bollitura in fondo alla caldaia rimanevano i “zzirìnguli”, i ciccioli, cioè gli avanzi dei pezzetti di carne. Anche i ciccioli venivano conservati in dei vasi di terracotta ed usati d’inverno per friggere le uova o nella pizza doppia che si metteva a cuocere nel forno caldo dopo aver sfornato il pane. La pizza doppia o “pitta china” era formata da due strati appiattiti di pasta da pane. Il primo strato si riempiva di ciccioli ed altri ingredienti. Su di essi si sovrapponeva l’altro strato di pasta di uguale misura sicchè diventavano una pizza sola con dentro i ciccioli.
Altri prodotti del maiale erano la pancetta e la giogaia, cioè la parte grassa sotto la gola (maccularu) che venivano salate e cosparse anche di peperoncino tritato. Poi venivano appese e lasciate a stagionare. Dopo alcuni mesi potevano essere consumate tagliandole a fettine sottili. Anche la cotenna del maiale veniva utilizzata. Fatta a strisce, veniva bollita nello strutto; poi veniva salata e conservata nello strutto stesso che era conservato nei vasi di terracotta. Le strisce della cotenna erano e sono chiamate “frittuli”.
