La Civiltà Contadina
La mietitura
Nel mese di giugno iniziava la mietitura. All’ alba i mietitori con ampi cappelli di paglia, per ripararsi dai raggi sempre più cocenti del sole, e muniti di falci, si recavano nei campi di grano e altri cereali e cominciavano a mietere. Facevano un manipolo (mannera) di grano, lo legavano avvolgendolo con alcuni steli di grano mietuti e lo posavano accanto. Poi più manicoli venivano messi e legati assieme e costituivano il covone (gregna). I covoni venivano messi in verticale con le spighe rivolte al cielo e, dopo qualche giorno, quando le spighe erano belle essiccate dal sole, venivano raccolti e sistemati in mucchi da 10 a 20 covoni (kavagghjuni).
Dopo circa una settimana dalla mietitura i covoni venivano caricati sui carrri agricoli e portati in un luogo aperto e libero vicino al pagliaio e sistemate in biche (timogna), cioè i mucchi più grandi e rotondi. I covoni venivano sistemati con le spighe all’interno delle biche che in cima finicano come un cono rovesciato. Ciò per proteggere la spighe dall’umidità della notte e da eventuali piogge sino alla trebbiatura che avveniva dopo alcune settimane.
La spigolatura
Dopo la mietitura, le donne ed i ragazzi della famiglia, ma più spesso le donne di famiglie povere dello stesso paese o dei paesi vicini, con o senza permesso dei proprietari, andavano nei campi mietuti a raccogliere le spighe cadute o rimaste sul terreno e ne facevano dei covoni (scigliona).
La trebbiatura
La trebbiatura si effettuava sull’aia che, di solito, si trovava sul davanti o sul retro del pagliaio.
I covoni, tolti uno ad uno dalle biche, venivano disposti a raggiera, ma con le spighe all’interno, su tutta l’aia che aveva quasi sempre forma sferica.
Il mezzo più antico per trebbiare era il trebbio o trebbiatolo, che veniva trascinato dai buoi sull’ aiata (trijjhja o pera ‘i laria). Su di essa si poneva in piedi il contadino per far da peso e spronava le bestie a girare fino a quando riteneva che le spighe fossero tutte sgranate. Spesso per contrappeso o per divertimento, sul trebbio fra le gambe divaricate del contadino si sedeva il figlioletto o un altro bambino. Durante questo lavoro, quando ci si accorgeva che un bue o una mucca stava per fare i suoi bisogni fisiologici ci si fermava e si prendeva in fretta della paglia sull’aia stessa e con le mani si portava sotto l’ano della bestia per non far cadere nel grano l’escremento e quindi, questo veniva buttato lontano dall’aita. Alla fine della trebbiatura si prendeva il tridente di legno e si sollevava in aria la paglia che con il soffio del vento veniva separata e allontanata, poi con la pala si sollevava in aria il grano la cula, che veniva anch’essa separata da un piccolo soffio di vento. Tutto ciò fino a quando sull’aia rimaneva il solo grano che, passato nei crivelli agitati, riusciva pulito. Veniva poi messo nei sacchi rustici, fatti di tela di canapa e portato a spalla o con il carro agricolo nei magazzini.
Sull’aia si sgranava anche il granturco (paniculu) con grosse mazze di legno (pistapaniculu) che, a forza di braccia, colpivano le pannocchie fino a quando non restavano i soli tutoli (maròzzuli), che poi, con ruvidi rastrelli di legno (tiramarozzuli), venivano tirati e separati dalla massa del granturco rimasta. Con mazze di legno più piccole si sgranavano sull’aia anche l’avena, l’orzo e altre piante di legumi come fave, ceci, fagioli, ecc
