Il Saponificio di Ricadi
Subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia, cominciò un graduale declino delle industrie presenti nella nostra regione.
La distanza dai principali mercati, la carenza di manodopera qualificata e la mancanza di iniziative di rinnovamento portarono alla loro chiusura.
Settore della seta diffuso in tutta la regione, lavorazione del legno e del ferro battuto a Serra San Bruno, manifattura del bronzo e del rame a Dipignano, concia del cuoio, produzione di coperte e tappeti damascati a Tropea, fabbricazione di vasi di terracotta a Squillace, Soriano, Seminara e Nicatro, produzione di cordame di lino e canapa, estrazione di liquirizia e sale: tutte queste attività erano soffocate da un mercato chiuso e isolato, lontano dalle principali vie di traffico nazionale e privo di una domanda interna significativa. Anche le grandi industrie minerarie, che un tempo avevano prodotto materiale ferroso per la nascita degli stabilimenti di Ferdinandea e Mongiana, erano chiuse e abbandonate.
Nonostante ciò, l’economia regionale non era completamente rurale all’inizio del secolo. Esistevano numerosi piccoli opifici familiari gestiti da fabbri, calderai, tornitori, cestinai, tintori, conciai, produttori di sapone, marmorai, vasai, sarti, fabbricanti di mattoni e calzolai, che soddisfacevano la domanda locale e talvolta esportavano anche verso mercati più ampi attraverso le fiere nei piccoli e grandi centri.
In questo contesto, negli anni ’30, venne costruito il “Saponificio Meridionale” presso lo scalo ferroviario di Ricadi. Il dottor Francesco De Lorenzo, ispirato forse dall’artigiano Pantano Agostino, decise di realizzare una fabbrica di sapone a livello industriale vicino alla stazione ferroviaria. Questa zona era già diventata un centro commerciale, con un mercato del bestiame e una trattoria gestita dalla famiglia Barocco.
Il fabbricato, acquistato nel 1927 e 1928 dalla signora Mariannina Naso, occupava circa 1000 metri quadrati e ospitava la produzione di sapone, deposito ed uffici. Le materie prime venivano fornite da Genova e altre città, mentre le dosi e il metodo di preparazione erano affidati a un chimico esterno. Dopo la fusione in una grande caldaia, la miscela veniva fatta raffreddare negli stampi e successivamente tagliata nelle dimensioni desiderate.
Articolo pubblicato sul N° 5 Anno III di: TERRA NOSTRA periodico d’informazione dall’associazione culturale “Noi di Ricadi”
